Ascensione: percorso o prospettiva?
 Il vero cammino non si esaurisce su questa terra ma indica una traiettoria più lontana!

Tra le Solennità del Tempo liturgico cosiddetto pasquale, in questo lungo tempo che dalla Risurrezione ci condurrà alla Pentecoste, quella di oggi ha, da sempre, occupato nell’immaginario collettivo, un certo rilievo, facendo interrogare sul suo significato spirituale e teologico. Stiamo parlando dell’Ascensione del Signore. La liturgia che la Chiesa ci offre oggi, ha la grazia non solo di “ricordare” ma anche di “rivivere” l’Ascensione del Signore, di essere cioè resi realmente partecipi del “mistero” di Cristo che sale al cielo, mistero da noi professato nella fede e da accogliersi nel nostro vissuto quotidiano. Per la verità, siamo oggi messi di fronte a questo “mistero”, ossia ad un evento di salvezza spesso poco considerato nella sua straordinaria ricchezza spirituale e quindi poco pronto ad animare, rinnovandola in profondità, la nostra vita personale e comunitaria. Ma proprio per questo la Chiesa con sollecitudine materna ci invita a rivolgere al Signore l’invocazione: “Donaci di contemplare nell’intelligenza della fede la gloria di Cristo risorto”. Ed è attraverso l’ascolto credente della parola di Dio proclamata che veniamo aiutati ad entrare e a sostare in questa gioiosa contemplazione. In una omelia nella Solennità dell’Ascensione, tenutasi a Verona il 19 maggio 1583, san Carlo Borromeo iniziava dicendo: “Grande, è, fratelli l’odierna solennità; è un mistero al quale molti altri misteri sono ordinati, è il compimento e il fine delle opere di Cristo, la meta del cammino che egli percorse per la nostra salvezza. Dal suo trono altissimo Cristo discese sulla terra, vestì la natura umana, dimorò molti anni fra noi, morì sopra il legno della Croce, fu sepolto, discese agli inferi, li spogliò e trasse fuori con sé una sacra preda, quindi risorse: ma il fine di tutto ciò è l’odierna Ascensione in Cielo. In verità, furono sommamente gloriosi tutti i trionfi di Cristo… ma restava quest’ultimo trionfo da riportarsi sullo stesso Cielo…Cristo apre oggi le porte del Cielo”. Desideriamo soffermarci in particolare su alcuni aspetti del mistero dell’Ascensione così come ci viene offerto dai brani della Sacra Scrittura che la liturgia affida alla nostra riflessione. Il primo aspetto lo troviamo presentato dal brano degli Atti degli Apostoli (1,1-11). Luca ci ricorda anzitutto che Gesù “si mostrò ad essi (agli apostoli) vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio e inoltre aggiunge che Gesù disse agli apostoli di non allontanarsi da Gerusalemme ma di attendere l’effusione dello Spirito Santo per essere suoi testimoni fino ai confini della terra. Ecco che cosa è l’Ascensione del Signore Gesù: è il suo definitivo entrare nella gloria del Padre, è il compimento della sua glorificazione. Il suo essere “elevato in alto” non è un movimento spaziale, un “salire” dalla terra al cielo, ma è un ambito di vita, un ritrovarsi nel mondo proprio di Dio, quello della sua gloria. E’ vero che Luca riferisce come gli apostoli stiano a fissare il cielo mentre Gesù se ne va: ma qui il cielo non indica la semplice volta celeste, ma la vita stessa di Dio. Così come la nube che sottrae Gesù agli occhi degli apostoli non è tanto uno strato atmosferico che lo nasconde, ma il simbolo biblico di Dio e della sua gloria. Dunque l’Ascensione di Gesù coincide con la sua glorificazione, anzi è il pieno compimento di tale glorificazione. Ma c’è un altro particolare di grande importanza che vogliamo rilevare, alla luce di quanto scrive San Paolo nella lettera agli Efesini: “Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose” (Ef. 4,9-10). Nello stesso senso si esprime l’evangelista Giovanni: “Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo” (Gv. 3,13). Dunque, il compimento della glorificazione di Gesù rimanda a quella abissale umiltà che egli ha vissuto con la sua “discesa”, con l’incarnazione, con il suo farsi carne umana e con la sua morte in croce. Un’umiliazione radicale, questa, che trova risposta d’accoglienza nell’esaltazione da parte del Padre, come canta l’evangelista Giovanni ponendo sulle labbra di Gesù queste parole: “Io, quando sarò elevato a terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32) e come proclama l’apostolo Paolo nella lettera ai Filippesi: “svuotò se stesso diventando simile agli uomini umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome” (Fil 2,7-9). E’ grazie a questa umiliazione che Gesù viene glorificato e che ciascuno di noi può partecipare alla sua glorificazione: un dono, questo, che non è dovuto a nessun nostro merito, ma è frutto dell’assoluta gratuità dell’amore di Dio. Un secondo aspetto del mistero dell’Ascensione che ci viene presentato dai testi evangelici, là dove collegano la partenza di Gesù con la venuta del suo Spirito come promesso agli apostoli e ai discepoli. Già la lettura, con il brano degli Atti degli Apostoli, tratta di questo rapporto. L’Ascensione di Gesù, dunque, ha come frutto il dono dello Spirito Santo. Questi è il Dono personale per antonomasia elargito ai credenti: un dono che è radice e dinamismo dei numerosi e diversi doni offerti alla Chiesa per la sua edificazione nella storia. Un ultimo aspetto vogliamo rilevare del mistero dell’Ascensione: un aspetto che nasce dalla sorprendente reazione degli apostoli di fronte al Signore che sale al cielo. Noi ci aspetteremmo una reazione di tristezza, di paura, di inconsolabile nostalgia. Ci lasciano davvero stupiti gli apostoli: reagiscono “con una grande gioia”. Come capire questa reazione di gioia? “Ciò che in ogni caso si può dedurne è che i discepoli non si sentono abbandonati; non ritengono che Gesù si sia come dileguato in un cielo inaccessibile e lontano da loro. Evidentemente sono certi di una presenza nuova di Gesù. Sono sicuri che il Risorto proprio ora è presente in mezzo a loro in una maniera nuova e potente. Essi sanno che la destra di Dio, alla quale Egli ora è innalzato, implica un nuovo modo della sua presenza, che non si può più perdere, il modo, appunto, in cui solo Dio può esserci vicino. L’ascensione non è un andarsene in una zona lontana del cosmo, ma è la vicinanza permanente che i discepoli sperimentano in modo così forte da trarne una gioia durevole” (Cfr., Papa Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Libreria Editrice Vaticana, p. 312). Per concludere utilizziamo le parole di Papa Benedetto XVI che ci sembrano una meravigliosa sintesi sul senso e la prospettiva di questo giorno di festa, di gloria: “Gesù parte benedicendo. Benedicendo se ne va e nella benedizione Egli rimane. Le sue mani restano stese su questo mondo. Le mani benedicenti di Cristo sono come un tetto che ci protegge. Ma sono contemporaneamente un gesto di apertura che squarcia il mondo affinché il cielo penetri in esso e possa diventarvi una presenza. Nel gesto delle mani benedicenti si esprime un rapporto duraturo di Gesù con i suoi discepoli, con il mondo. Nell’andarsene Egli viene per sollevarci al di sopra di noi stessi ed aprire il mondo a Dio. Per questo i discepoli poterono gioire, quando da Betània tornarono a casa. Nella fede sappiamo che Gesù, benedicendo, tiene le sue mani stese su di noi. E’ questa la ragione permanente della gioia cristiana” (Ibidem pag. 324).

 

Di Consuelo Noviello

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