Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà.
Il cammino in questo tempo di grazia, grazia speciale che ci condurrà alla Pasqua di Risurrezione, conosce oggi 19 Marzo, una battuta di arresto, ovvero ci impone una riflessione quasi a stordire propositi, a calmare i desideri del cuore di cercare vie e modi per offrire qualche piccolo gesto, qualche sacrificio o rinuncia per cercare di ristabilire il cuore all’ascolto. Questa battuta di arresto ci invita alla Festa, si interrompe col “colore viola” dei paramenti sacri nella liturgia e ci chiede di stare nella gioia, di dire “Gloria” per una figura di Padre che ha messo “cuore” mente desiderio e passione nell’amare, ci stiamo riferendo al Beato San Giuseppe. La figura di San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine”. Così scriveva Papa Francesco nella sua lettera apostolica “Patris Corde” (Con Cuore di Padre) sulla figura di San Giuseppe. Ci piace immaginare che ognuno di noi abbiamo la capacità di attribuire un grande valore all’umiltà. È una parola che apre suggestioni importanti ma che apparentemente è superata perché suona come una virtù imposta in tono paternalistico.

San Giuseppe di cui poco sappiamo è stato un velo che ha nascosto e protetto Cristo senza vantarsi e attribuirsi grandi meriti; infatti, viene menzionato nei Vangeli solo “en passant”. Ma nella vita nostra, quella di tutti i giorni, cosa rimane dell’umiltà? Certo, ci sono parecchi cristiani che coltivano faticosamente il giardino dell’anima, piantandovi con amore la fragile pianta dell’umiltà. Secondo la tradizione, l’umiltà denota la coscienza del proprio limite in relazione a Dio. Rudolf Otto ci ha ricordato un cosiddetto “sentimento dello stato della creatura”: ammetti, razionalmente, di non averti dato la tua vita da solo, che l’esistenza stessa è qualcosa di più grande di te. Ammetti il ​​tuo “posto”, oggettivandolo modestamente, nell’immenso scenario dell’universo. Questo lo può ammettere anche il non credente, senza provare “umiltà” di fronte alla realtà profondamente misteriosa che include tutti noi, al di sopra di un “credo”. L’umiltà intesa cristianamente richiede una confessione di fede. Resta intimamente connesso con il rapporto con Dio, con quell’Altro radicale, che, pur incarnato in Cristo e, rappresentato iconicamente nel mondo bizantino resta irriducibile ai giudizi umani. L’umiltà si basa sul paradosso dell’infinitamente imponderabile. Se è troppo visibile, inizia a diventare sospetta di ipocrisia o di una certa esibizione farisaica. Quindi deve essere impercettibile?

L’umiltà vive in base ai suoi effetti piuttosto che in base alle sue premesse. Ad esempio, quando assistiamo a un gesto di vero altruismo, percepiamo contemporaneamente l’umiltà del suo autore, che si mette nell’ombra per mettere al centro dell’attenzione il prossimo. Un uomo veramente umile coltiva anche l’autoironia. Non si prende sul serio, non si preoccupa delle sue virtù o delle sue pretese. L’umiltà afferma che il progresso umano implica “l’obbedienza” a una corte trascendente. C’è forse umiltà anche nell’agnosticismo dello scienziato: ha il buon senso di ammettere che non può produrre prove della non esistenza di Dio. La verità è che l’umiltà è diminuita drasticamente. Siamo sempre più individualisti, narcisisti ed egocentrici, e il prezzo pagato non è solo l’alienazione tra le nostre tante illusioni, ma anche la solitudine nella folla, che ci comprime sempre più dolorosamente. In quest’ora di sofisticata decadenza postmoderna, avvertiamo i benefici dell’umiltà proprio perché ne soffriamo l’assenza. Come ogni veicolo spirituale va assunta come un fatto interiore. Non puoi mostrare l’umiltà attraverso i social network, ma piuttosto nello spazio della meditazione, dove ti siedi a disagio, notando con amarezza i fallimenti così chiaramente opposti alle bugie che di solito ti racconti. Per quanto discontinua, l’esperienza dell’umiltà è anche una sorta di salutare ripristino di tutto ciò che sei, a scapito di ciò che presumi di essere. Molte persone associano la parola devozione alle affiliazioni spirituali, ma la devozione va oltre i legami spirituali. È una nobile virtù necessaria per vivere una vita compieta. È ciò che spinge le persone ad agire ed essere disposte a dare il cento per cento per raggiungere il loro obiettivo mettendo da parte il guadagno personale e il riconoscimento. Essere devoti è la volontà di fare tutto il necessario per adempiere e proseguire con una responsabilità. Potrebbe anche non essere ciò che ci piace di più, ma essere devoti significa che lo farai a prescindere.

Molte volte, gli esseri umani non hanno la piena coscienza del loro posto e della loro missione nel mondo, la dimensione della loro esistenza e il loro scopo qui sulla Terra.  La vera umiltà deve davvero partire dal cuore, essere sinceri, altrimenti la sua sminuita o banalizzazione dei contenuti, è ipocrisia o orgoglio mascherato; deve anche essere combinato con il vero onore e amore di Dio e con la piena fede in Dio, altrimenti è solo una debolezza e, ultimo ma non meno importante, è necessario che si manifesti con i fatti ed sia stabile in ogni circostanza, altrimenti non ha alcun valore morale. L’umiltà e la dedizione sono delle conquiste e lungo la strada che percorriamo per il perfezionamento e l’evoluzione della nostra anima, ci imbattiamo quotidianamente a piccole insidie che ci feriscono e ci fanno cadere. La vera forza è sapersi rialzare ancora una volta. Focalizzare i propri errori e ripartire verso gli obiettivi preposti. E se poi avete la fortuna di incontrare lungo la via un Maestro spirituale, così come lo è il Beato Padre col Cuore San Giuseppe, ascoltate il Silenzio delle sue parole e affidatevi, certi che non sarete delusi o disattesi nelle speranze di vivere in pienezza quei moti del cuore come Lui li ha vissuti e li vive. Un pensiero oggi rivolto a tutti i “papà” che vivono accanto o che dal Cielo accompagnano la vita dei propri figli.


Breve invocazione a San Giuseppe:
“San Giuseppe, insegnaci ad amare come te i nostri figli, a dare loro, attraverso il nostro amore, la fede, la speranza, la devozione, il rispetto di tutto ciò che è bello; una visione del mondo che li impegni a seguire il Figlio tuo nel cammino così importante della loro vita. Amen”.

Prof.ssa Maria Pia Cirolla – Teologa