“Spe Salvi: siamo stati salvati nella speranza!”

“Spe Salvi: siamo stati salvati nella speranza!”
di Maria Pia Cirolla
La salvezza passa da diversi fattori!

Con la meditazione che desideriamo fare per voi e con voi, ci spingiamo a sfogliare un meraviglioso documento l’Enciclica Spe Salvi di Papa Benedetto XVI scritta il 30 novembre del 2007. In questo scritto possiamo, liberamente consultare le varie riflessioni messe a disposizione della nostra fede dal pontefice che esorta, stimola, incoraggia ed illumina, su quelle che sono le reali radici del percorso umano compiuto nell’Unica salvezza che dà vita.
Siamo, possiamo tranquillamente dirlo senza correre il rischio di essere tacciati per pessimisti, disfattisti o quant’altro, in un’epoca storica che sta segnando una svolta; un radicale cambiamento e una tendenza a trasformare alcune importanti realtà della nostra fede. Questa capacità di cogliere il valore della salvezza che non consiste più nell’abbracciare l’idea della fede: ma dice il Pontefice, “la redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Ora, si impone immediatamente la domanda: ma di che genere è mai questa speranza per poter giustificare l’affermazione secondo cui a partire da essa, e semplicemente perché essa c’è, noi siamo redenti? E di quale tipo di certezza si tratta?” Si legge così nell’Introduzione dell’Enciclica.
Questo invito alla spes (speranza) è rivolto principalmente a tutti quei credenti che lungo il difficile, duro e deserto cammino, sembrano aver smarrito le grandi coordinate della speranza teologale e averla sostituita con una miriade di progetti troppo terreni, relegandola in un vago “oltre” che non influisce sulla loro esperienza religiosa e civile. Tale lavoro è rivolto anche ai non credenti, a ogni uomo e donna che non voglia limitarsi a vivere la propria esistenza quotidiana condannata alla stanchezza di un divenire senza senso, ma sperimenti l’orizzonte sconfinato della speranza nell’incontro con Dio. Cosa significa quindi questa speranza per il Papa?
E’ conoscenza di Dio e Pasqua di Cristo risorto, dunque fede e liberazione in una persona, in Gesù redentore che accompagna l’uomo tutta la vita. Lo dice già all’inizio dell’enciclica con un esempio, forse poco conosciuto, ma che tutti capiscono, quello di Giuseppina Bakhita, santa, canonizzata da Giovanni Paolo II durante l’anno santo. Questa donna schiava, picchiata, comprata, venduta più volte, incontrando la fede cristiana inizia quel processo di liberazione che la porta a incontrare Dio, che le offre l’amore. La speranza era nata in lei e l’aveva liberata. Il Papa spiega così che il messaggio cristiano di speranza non è solo comunicazione di cose che si devono sapere (resoconto di una storia passata), ma “performazione”, cioè qualcosa che ha a che fare con un incontro, con un’educazione che produce eventi trasformanti, cambianti la vita.
Tutto questo, poi, lo afferma parlando di futuro, di vita eterna attraverso una rilettura di alcuni Padri della Chiesa. La speranza abbraccia tutto il tempo per andare “oltre il tempo”. Alcuni esempi delle comunità cristiane antiche diventano, inoltre, illuminanti anche per noi: vivendo con uno stile fondato sulla speranza, erano riusciti a costruire una comunità nuova. Non era facile vivere in quell’epoca; ma i primi cristiani ci riuscivano, perché sapevano che la loro vita non sarebbe finita nel vuoto, nel nulla, sarebbe stata redenta.
Nell’enciclica viene respinta così l’idea di un cristianesimo individualista, rifugio in una dimensione di salvezza privata. Mette in rilievo, invece, l’importanza della Chiesa come luogo dove imparare insieme a camminare nella storia con speranza non solo con le parole ma reso tangibile da un concreto e visibile progetto di vita “vedendovi daranno lode al Padre Celeste”.
A questo tipo di argomentazione ecclesiologica, segue una valutazione teologica della storia, nella quale il Santo Padre discute di teologia e di filosofia politica. E’ un’analisi di grande spessore, espressa in un linguaggio semplice, anche se con passaggi necessariamente complessi che dovranno essere ripresi e studiati con molta attenzione da teologi e filosofi. E’ una sorta di “sunto” storico del concetto di speranza alla luce della sola verità storica. Il Papa spiega che le ideologie, sono “speranze brevi, momentanee”, hanno fallito nei tentativi di costruire una nuova giustizia umana e, anzi, hanno creato spesso “crudeltà” e “ingiustizie”. Parole severe il Papa le ha riservate anche alla scienza e all’ambiguità del progresso che rischiano di distruggere l’umanità e di portarla fino agli abissi del male.
L’argomentazione procede, poi, nelle pagine finali sempre sul piano teologico, approfondendo la dimensione escatologica della speranza, cioè della dottrina sui destini ultimi dell’umanità, che va contro ogni millenarismo, cioè ogni idea che di fronte al male non bisogna fare nulla, ma attendere solo il regno di Dio. E’ una parte molto suggestiva, con tratti assai innovativi nella trattazione. Il Papa è convinto che la questione decisiva nel Giudizio finale circa la vita eterna sarà la giustizia. “Dio è giustizia e crea giustizia”.

E’ questa la consolazione e la speranza dei cristiani. Al tempo stesso chiede ai credenti, “il coraggio dell’autocritica”, per “imparare nuovamente in cosa consista veramente la loro speranza” e impegnarsi senza limiti sapendo che lo fanno per tendere alla vita eterna. Questa è la differenza con le speranze “terrene”.
Nel nostro tempo cosiddetto post-moderno, è ancora possibile sperare e vivere della speranza cristiana! Questo sembra l’idea chiave dell’enciclica. Proprio perché stiamo attraversando la modernità verso un’altra epoca, due convinzioni sono radicate in chiunque di noi accetti la sfida di pensare a fondo il nostro tempo, come fa Benedetto XVI: la prima è che non si può vivere senza un grande orizzonte di senso e di speranza, che diriga l’impegno e motivi le scelte personali e comunitarie; la seconda è che questo orizzonte non ce lo diamo da soli, ma ci viene donato da Dio. E’ Lui il fondamento della speranza che non illude né delude.
Preghiera costante, amore generoso, capacità di soffrire per gli altri, giudizio di verità e di giustizia, sono poi i volti concreti (o come li definisce il Papa i “luoghi di apprendimento”) della speranza per rendere migliore il mondo che viviamo e per “diventare definitivamente capaci di Dio e poter prendere posto alla tavola dell’eterno banchetto nuziale”. L’ampiezza di orizzonte che la caratterizza ci fa alzare, una volta in più, lo sguardo verso il cielo e, in un mondo dove siamo un po’ tutti troppo ancorati alla materialità della terra e affannati dai problemi contingenti, è quanto meno salutare leggerla per provare a dare una “direzione” e un “significato” più autentico alla nostra stessa vita. Non poteva mancare nel nostro finale un riferimento alla figura e al ruolo dato a Maria, la Madre del Signore e Madre Nostra, dal Papa Benedetto XVI, quel ruolo di materna e silenziosa presenza, di Madre che sta nel dolore, capisce il Suo ruolo nell’esserci e con una silenziosa ma efficace preghiera di offerta, intercede per questa umanità che in modo sordo e cieco non ha saputo accogliere, ascoltare, vedere la Salvezza nella Speranza loro offerta. Che sia Lei ancora una volta a radunare i dispersi, richiamare coloro che sono i lontani, rafforzare la speranza nei cuori e donare una mano per abbracciare le fragilità e trasformarle così in benedizione.
“Era forse finito prima di cominciare? No, presso la croce, in base alla parola stessa di Gesù, tu eri diventata madre dei credenti. In questa fede, che anche nel buio del Sabato Santo era certezza della speranza, sei andata incontro al mattino di Pasqua. La gioia della risurrezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare famiglia di Gesù mediante la fede. Così tu fosti in mezzo alla comunità dei credenti, che nei giorni dopo l’Ascensione pregavano unanimemente per il dono dello Spirito Santo (cfr At 1,14) e lo ricevettero nel giorno di Pentecoste. Il «regno» di Gesù era diverso da come gli uomini avevano potuto immaginarlo. Questo «regno» iniziava in quell’ora e non avrebbe avuto mai fine. Così tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!” ( Cfr. Papa Benedetto XVI, Enciclica Spe Salvi, n°50).