“Prendete e mangiate, prendete e bevete!”
I segni, le parole, il sacramento di salvezza
Con le parole dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi, si apre il Triduo pasquale in preparazione del giorno della salvezza, la Pasqua di Risurrezione. Sono molti i segni compiuti, sono molte le cose cui dare spiegazione in giornate, ore trascorse dal Messia in compagnia dei suoi prima di affrontare la Sua Passione.
Il primo dei tre giorni è chiamato “in Coena Domini”, la Cena del Signore, o anche “ultima cena” perché fisicamente la sua presenza tra i suoi sarebbe stata l’ultima condivisa a stretto contatto. Ma al di là del desiderio di voler celebrare coi suoi la Pasqua, insieme a quelli che aveva scelto perché stessero accanto e ne divenissero testimoni, altri segni ci vengono offerti. Il primo è quello del “servizio”; Gesù prima di mettersi a tavola con loro si cinge i fianchi con un grembiule e lava i piedi. Il seguente simbolo sta ad indicare che la modalità principe dell’essere sequela di un così grande Maestro, si colloca prima di tutto nel “servire”. “Ecco io sto in mezzo a voi come Colui che serve”, aveva infatti detto in qualche momento proprio per chiarire che il servizio, per chi si mette al suo seguito, rimane il primo degli atteggiamenti da attuare. Servire non come chi si umilia ma come colui che si china sulle debolezze, sulle miserie, sulle imperfezioni e le vuole ripulire, vuole dare loro una nuova vita offrendo la guarigione.
Un servire che significa donarsi, non conservarsi la parte migliore, ma la parte più sconveniente, come lo è appunto lavare i piedi che non sono poi la parte più nobile del corpo, perché calpestano ogni sorta di luoghi, si sporcano e hanno anche cattivo odore. Questa giornata è anche rivolta ad uno dei sacramenti più importanti, l’Ordine Sacro, ovvero al sacerdozio che rappresenta con le mani dei ministri consacrati a Dio, il ponte tra la creatura e il Creatore. Questo ci aiuta a capire, se ci mettiamo bene a riflettere, il significato della Cena: Gesù si fa pane, si fa Agnello sgozzato per divenire quella bevanda di salvezza, come da solo fa il lievito quando fermenta la pasta, la sua Chiesa, i suoi figli ereditati a un sì grande prezzo: il dono totale di Sé. Alcune volte ci sarà capitato di non respirare o vivere questo mandato in qualcuno dei ministri che abbiamo incontrato, sì è vero è capitato! Questo avrà disorientato, stupito, gridato allo scandalo, chiesto la verità e il valore di un simile mandato messo a servizio del popolo di Dio. Ma resta la solidità del sacramento, l’Ordinazione, che nonostante tutto rimane “sacra” non per chi la riceve quanto piuttosto a motivo di Chi lo ha concesso: Dio. Tutto coopera alla salvezza, sempre!
Giovedì Santo che fa capire anche la fragilità, nonostante le promesse, di chi aveva giurato fedeltà, amore totale, e poi al primo pericolo, alla prima difficoltà, per salvaguardarsi la vita, rinnega, rinnega e rinnega ancora, senza minimamente tener conto che quel rinnegare sarebbe stato un gesto di dolore per Colui che lo aveva amato. Rinnegamento ma anche tradimento! Gesti che non si spiegano se non alla luce della paura dell’uomo insita in sé di primeggiare, di dominare, di carpire istanti di notorietà anche a discapito dell’Amore, della lealtà, della fiducia che sfiora, lacerandola, la dignità.
Quindi servizio, offerta di sé, cambiamento del volto dell’umanità in una notte che regala al Maestro tanti sentimenti, tanti motivi per capire l’urgente bisogno di offrire una possibilità per essere salvati, quel gesto che da lì a poche ore si sarebbe consumato della Sua vita santa avrebbe dato vita a “quelle opere nuove” che tutti stavano attendendo. L’Eucarestia, per il cristiano e per la Chiesa, è la Casa in cui si deve tornare ad abitare. Gesù si alza da tavola, si lega ai fianchi un asciugamano e inizia a lavare i piedi ai discepoli, chiedendo loro di ripetere quel gesto. Gesù lava i piedi anche a Giuda: il bene è più forte del male. Dei due racconti di Matteo e di Paolo, che possiamo ricordare, vorrei soffermarmi su alcune parole che ci aiutano a comprendere meglio il mistero. La prima è comune a entrambi i testi: «il mio sangue dell’alleanza». Gesù si colloca sullo sfondo dell’alleanza di Dio con il popolo d’Israele, alleanza che lo faceva appunto popolo di Dio: il dono del sacrificio di Gesù ha come fine la creazione del nuovo popolo, che non toglie nulla al primo, ma si estende a tutta l’umanità. Dire “alleanza” equivale a dire l’instancabile amore con cui Dio, a partire dalla creazione, ha trattato l’uomo come un amico, ha promesso una salvezza dopo il peccato, ha liberato Israele dall’Egitto, l’ha accompagnato nel cammino attraverso il deserto, l’ha introdotto nella terra promessa segno dei misteriosi beni futuri, l’ha aperto alla speranza con la promessa del Messia. Collegando l’istituzione dell’Eucaristia con l’alleanza, Gesù vuole significare che essa dona a noi la forza di lasciarci totalmente attrarre nel movimento dell’amore misericordioso di Dio annunciato nell’ Antico Testamento, celebrato definitivamente nella Pasqua e culminante nella pienezza del suo ritorno: “finché egli venga”, nell’attesa della sua venuta. La seconda parola è riportata solo da Paolo: “nella notte in cui veniva tradito”. Il riferimento è a Giuda ed è a tutti noi. Il Signore dona il suo corpo e il suo sangue a coloro che lo tradiranno, fuggiranno, lo rinnegheranno. I nostri tradimenti, le fughe, le infedeltà degli uomini, non possono che esaltare la grandezza del suo amore, come la profondità della valle fa vedere l’altezza del monte.

Dio ci ama in questo modo. L’unica misura del suo amore smisurato è il bisogno della persona amata: il povero, l’infelice, il peccatore, il perduto sono amati persino più degli altri. Come una madre che ama il figlio perché è suo figlio e, se è disgraziato, lo ama ancora di più sapendo che potrà diventare più buono sentendosi tanto amato. Sia l’inizio di un cammino rinnovato, nella mente, nel cuore, nella vita.

 

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Consuelo Noviello

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