La Notte Oscura
Valore spirituale della “notte” come via di purificazione per lo spirito, per il cuore, per la mente

Importante partire con la necessaria lucidità del cuore per riuscire a spiegare il grande mistero contenuto nel valore della “notte oscura” dello spirito. Possiamo cominciare col dire che: Non tutti si rendono conto quando e se stanno vivendo una notte buia dell’anima. Ci sono momenti faticosi nella vita di ciascuno di noi, periodi in cui tutto crolla e ogni cosa sembra andare storta. Emozioni negative come tristezza, paura, frustrazione, dolore, ma anche rabbia, sono protagoniste e ci sentiamo persi. Sembra che più vai avanti più precipiti in un baratro, fino a toccare il fondo. Quei momenti così bui e preziosi possono essere detti notti oscure dell’anima. È quel micro-momento in cui ci si rialza dopo l’ennesima batosta e si decide di non mollare a farci fare il vero primo passo verso il Risveglio Spirituale. È difficile descrivere a parole un momento, la notte oscura dell’anima è quel periodo in cui tutta la tua vita e le tue certezze crollano, una ad una inesorabilmente, ti sembra di sprofondare e il buio inizia a circondarti. Senti di non avere vie d’uscita, di essere stata risucchiata e di non avere la forza di riuscire ad risalire. Quelle che provi sono emozioni negative, così cupe che a volte possono sfociare in momenti depressivi. Le persone intorno a te ti dicono che presto la luce ritornerà e tutto si sistemerà ma la tua esistenza invece va sempre peggio e di questa rinascita non si vede neppure l’ombra. Ogni giorno che passa sei sempre più perso, non sai più che fare, ti senti disperato e solo, perché mai come adesso le persone intorno a te non ti capiscono, anzi. La buona notizia è che la notte oscura dell’anima è davvero una fase temporanea, la brutta notizia è che è davvero oscura e faticosa e non si sa da principio quanto durerà. Per quanto possa suonare paradossale più la notte sarà oscura più l’alba che giungerà sarà luminosa. Durante la notte oscura dell’anima parti di noi muoiono per permettere alla nuova versione di te di nascere. Ti sei talmente tanto allontanato dalla tua vera essenza, che ti sei perso, e mentre brancolavi smarrito tra i sentieri della vita, ha fatto buio. Ma la notte oscura dell’anima non arriva “dal giorno alla notte” dà molti segnali prima, passa per un tramonto difronte al quale spesso si chiudono gli occhi per non vedere cose che preferisci ignorare. Ad esempio: La carriera che hai scelto e per la quale hai faticato tanto non è poi così gratificante; le amicizie su cui tanto contavi si allontanano, e via dicendo. Realizzi con dolore e delusione che tu stesso e la tua vita non siete affatto perfetti e che per quanto ti opponi e cerchi di tenere in piedi la tua realtà questa inizia a sbriciolarsi. Inizia il cambiamento, che tu lo voglia o no. Inizia a calare la notte. Ora fin qui leggiamo e interpretiamo quelle che sono le ragioni umane a spiegare il senso della notte che gravita nel percorso di vita, proviamo ad entrare nella logica dello spirito, della fede e cerchiamo di dare il significato che viene loro attribuito da alcuni mistici, in particolare San Giovanni della Croce carmelitano scalzo e Santa Madre Teresa di Calcutta che possono offrire davvero se non addirittura ribaltare quelle che sono le semplici ragioni che vedono nella notte oscura, la via per il raggiungimento della perfezione dello spirito. Il termine notte oscura non è inventato da Giovanni, anche se è lui a fornirgli diffusione e fama, ma è ripreso dalla tradizione mistica, in particolare da Gregorio Nisseno, dallo Pseudo-Dionigi e da Taulero. Tuttavia è stato Giovanni della Croce ad attribuirgli quel valore centrale che ne fa l’espressione sintetica dell’esperienza mistica. Su di essa ci sono vari fraintendimenti, il più frequente dei quali è quello di identificare notte oscura con sofferenza e nient’altro, senza tener presente che l’espressione si riferisce invece a tutti i momenti dell’esperienza e quindi anche a quello culminante, quando diventa “notte pacifica, abissale e oscura intelligenza divina”, allorché l’anima si unisce a Dio “trasformata dall’amore”. Ma essa è notte, oltre tutto ciò, anche perché è il luogo dove agisce la fede, che procede nell’oscurità, cioè nella non conoscenza dell’obiettivo finale. Inoltre questa notte ha due modalità, che sono l’attiva e la passiva, la prima fatta di opportuni sforzi da parte dell’interessato, la seconda data per grazia. Si tratta dunque di una progressiva trasformazione, che è una purificazione del soggetto, il quale perde uno dopo l’altro i suoi attaccamenti ai sensi e alle facoltà psichiche (intelletto, immaginazione e desiderio). Questa trasformazione purificante è di notevole interesse psicologico, perché il suo punto di partenza, sul quale poi si basa tutto il successivo sviluppo, consiste nel pratico riconoscimento che ogni desiderio è mutevole, nel senso che nemmeno il desiderio realizzato riesce mai ad essere completamene o definitivamente appagante. Il graduale raggiungimento di questa basilare convinzione (così contraria al comune sentire) determina quella che sopra chiamavamo “purificazione passiva”. Si tratta di un processo doloroso, in cui gli oggetti del desiderio perdono progressivamente significato, rivelando la loro sostanziale insoddisfazione, come ad esempio quello che nel buddhismo va sotto il nome di “prima nobile verità” o riconoscimento di dukkha, la sofferenza universale. Dall’analisi accurata che l’autore fa di tutte le illusioni e gli errori in cui può cadere un principiante, si capisce che per Giovanni l’ultima illusione che deve cadere è quella che il cammino mistico possa diventare l’unico desiderio con promesse di appagamento, una volta che tutti gli altri si sono rivelati ingannevoli. Anch’esso, il fine spirituale, deve quindi diventare una notte oscura, pena la sua fallacia; anch’esso deve deludere e non dare quello che all’inizio si sperava che desse. E proprio questo è il momento cruciale che è l’inizio della catarsi, il vero principio di un mutamento di rotta salvifico, perché solo in esso può generarsi la convinzione che tutte le attese sono fallaci e che l’unica realtà è il presente così com’è, nella sua nuda semplicità tranquillamente accettata, cioè contemplata con un semplice sguardo fiducioso-amoroso. Nel momento della rinuncia a ogni vana speranza (una deleteria passione dell’anima la definisce Giovanni) si può gustare un’autentica pace, che sembra anche l’unica possibile, perché solo in essa si è finalmente in unità con la vita (e dunque con Dio). Così san Giovanni della Croce definirà il processo della notte: “Il Signore ottenebra questa luce e chiude la porta, ed essi annegano in questa notte la quale li lascia tanto aridi che essi non trovano alcun gusto nelle cose spirituali e nelle devozioni in cui erano soliti trovare diletto e piacere, ma al contrario vi trovano disgusto e amarezza … Non si può dire con certezza quanto duri… Quelli che hanno più capacità e forza per soffrire, vengono purificati dal Signore con maggiore intensità e prontezza, coloro invece che sono molto fiacchi, vengono condotti per questa notte a lungo con grande condiscendenza e con tentazioni deboli, poiché il Signore concede loro ordinariamente qualche sollievo al senso affinché non tornino indietro; così essi giungono tardi… e alcuni non arrivano mai. Costoro non stanno né dentro né fuori di questa notte…” (Cfr., Notte Oscura, Opere, OCD, pag. 398). Parimenti nella brillante e luminosa vita di Madre Teresa di Calcutta, di cui tutti conosciamo l’opera terrena umana e spirituale, visse per anni una costante “oscurità”, sentendosi abbandonata da Dio, ma decisa ad “amarLo come non era mai stato amato prima”. La sua fede eroica e salda, la sua fedeltà, il coraggio e la gioia durante questo doloroso e prolungato periodo di prova, fanno risaltare ancor più la sua santità e costituiscono un esempio per tutti noi. Nel libro “Madre Teresa: Vieni e sii la mia luce” (“Mother Teresa: Come be my light”), pubblicato dal Padre Brian Kolodiejchuk, postulatore della causa di canonizzazione della religiosa, si fa riferimento alle parole che Gesù stesso disse a Madre Teresa nell’anno 1947. Rivela anche la sua identificazione con i più poveri dei poveri che ella servì. Comprese che l’oscurità era il lato spirituale del suo lavoro. Condivideva il sentimento di non essere “amata, benvoluta, apprezzata”, che descriveva come la povertà più grande che c’è attualmente nel mondo. La dolorosa notte dell’anima, che iniziò più o meno quando cominciò il suo lavoro con i poveri e che continuò sino alla fine della sua vita, condusse Madre Teresa ad una sempre più profonda unione con Dio. Con tale oscurità, ella partecipò alla sete di Gesù, al doloroso ed ardente desiderio di amore di Gesù. Da queste sue ultime parole possiamo comprendere cosa significhi e in cosa consista concretamente la notte del cuore: “Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’inferno è la perdita di Dio… Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del dannato, di Dio che non mi ama, di Dio che non sembra Dio, di Dio che sembra in realtà esistere. Gesù, ti prego, perdona le mie bestemmie”. Madre Teresa sperimenta la vertigine nella tentazione di poter negare Dio: “Sono stata a punto di dire no… Mi sento come se qualcosa stesse per rompersi in me in qualsiasi momento”. E in un’altra occasione: “Prega per me, che non rifiuti Dio in quest’ora. Non voglio, ma temo di poterlo fare”. Possiamo quindi affermare, senza correre il pericolo di scandalizzare, che la notte per la vita spirituale, non solo è una grazia, ma è anche benedizione. Tutto quello che accade all’anima che cerca Dio, che lo vuole innanzitutto riconoscere come Dio della propria esistenza, che vuole profondamente amarLo, farLo conoscere e incontrare ad altri e incontraLo personalmente, è dono, ma dove lo possiamo vedere realizzato tutto questo? Nelle vicende della vita, in quelle situazioni che viviamo, che fanno male, che non accettiamo, che scandalizzano, di cui gridiamo moralmente mancanza di coerenza e di affidabilità. Dio si manifesta là in quelle ferite procurate di cui non siamo responsabili ma che subiamo, in quelle orrende emozioni come l’odio, l’indifferenza, la superficialità del giudizio, la condanna con etichetta secondo i nostri personali parametri, delle vite altrui di cui poco o niente conosciamo. La notte del cuore è assaporare il desiderio di sentirsi profondamente amati, desiderati, cercati voluti, accettati. La notte del cuore è cauterizzazione di quelle cicatrici provocate da mancanza di amore, da mancanza di considerazione, da mancanza di riconoscenza di un bene, da tutto ciò che spinge verso l’Alto dopo avere planato in basso. Senza questa visione e senza questo percorso non potremo mai gridare Ti Amo, in maniera piena, totalizzante, Assoluta. È questa la fede, è questa la speranza, è questa la nostra perfezione.

immagini dal web

Di Consuelo Noviello

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