“Dalla Gioia della Risurrezione alla paura della solitudine e dell’abbandono nel cammino senza il Maestro!”

Pubblichiamo le riflessioni e gli approfondimenti della professoressa Maria Pia Cirolla dottore in Teologia della Vita Spirituale

Da poco lasciato alle spalle l’entusiasmo per la felicità nascosta nell’annuncio della Risurrezione, la Chiesa in cammino senza fisicamente la presenza del Maestro, si fa pesante, pur restando nell’atteggiamento della lode e del ringraziamento.  Si inizia a sentire il peso e il disorientamento del percorso intrapreso e la solitudine che sfocia nella paura dell’abbandono.

Similmente una delle tematiche che ancora continua a toccare la nostra riflessione nonostante la Pasqua che ci dice che esiste una Vita futura che ci aspetta, è la pandemia, che racchiude in se la paura di tutte le paure, che si è riaffacciata sulle nostre vite con prepotenza: ovvero la paura della morte.  Il potenziale rischio del contagio e la malattia così come si è presentata specialmente nella prima fase e per una certa fascia di persone, ci hanno messo dinanzi alla consapevolezza di non avere il controllo della vita, ci hanno travolto in una spirale di ansie generali e ci hanno messo a contatto con la parte più vulnerabile di noi.

La Risurrezione che ha rappresentato e rappresenta il vero dono della Pasqua, sembra non essere sufficiente dinnanzi ai timori e alle preoccupazioni che gravitano nelle vite di ognuno e ad ogni livello. Siamo nella gioia e questa gioia in realtà dovrebbe abitare ogni nostro giorno perché la luce della Risurrezione è anticipo e caparra della luce futura, una luce che dunque ci precede anche quando non la vediamo, è già lì anche quando siamo immersi nel buio, questa luce infatti è grazia, è dono, è realtà che ci attira e ci sta davanti: le tenebre, le fatiche, le sofferenze, i tormenti che viviamo sono solo caparra della luce e della liberazione: la notte è preludio dell’alba, la notte è condizione della luce. Questo dice alla nostra povera fede la notte della Risurrezione, della Pasqua del Signore. È memoria di quella gioia che è costitutiva del Vangelo e dunque del nome cristiano. Forse, ben più di altri peccati che riconosciamo in noi, il nostro peccato più grave é quello contro la gioia, il non essere nella gioia e trovare sempre motivi di lamento, di tristezza, di scontento, di rabbia, smentendo così quel vangelo che pure vorremmo vivere con radicalità.

Mentre erano in cammino, desolati, ai due discepoli si affianca Gesù Risorto, ormai completamente trascendente e completamente immanente, il quale però non viene riconosciuto; questo narra il Vangelo otto giorni dopo la Pasqua. Forse proprio per questo i due non lo riconoscono, come ogni tanto non riconosciamo neanche noi la Verità, anche se è sotto i nostri occhi, oppure come non riconosciamo la bellezza intrinseca in ogni forma di vita. Dopo la crocifissione, per loro, sembrava tutto finito, anche la speranza.  Un sussulto nell’anima devono averlo avuto, quando Gesù «… cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui», solo che se ne renderanno conto dopo.

Ci è voluta la benedizione e la frazione del pane da parte dello “straniero”, un gesto amorevole, quotidiano, familiare, che rompe la quotidianità per ricordarsi di Dio, e dell’Uomo. Se ne ricordarono e lo riconobbero, perché in quel momento ogni rassegnazione lasciò spazio all’anima! Solo allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista!!!

Il fatto che Gesù «sparì dalla loro vista», che forse non lo avrebbero più rivisto in quel modo, non bastò a spegnere comunque quella fiammella accesa proprio grazie a quella frazione di secondo che fu nell’averlo riconosciuto. La speranza nei due discepoli era rinata. Forse, in futuro, la loro fede avrebbe potuto vacillare ancora; ma mai più spegnersi.

L’affievolirsi della fede nella Risurrezione di Gesù rende di conseguenza debole la testimonianza dei credenti,  perché  se viene meno nella Chiesa questa fede nella risurrezione, tutto si ferma, tutto si sfalda, mentre al contrario mantenere ferma l’adesione del cuore e della mente a Cristo morto e risuscitato cambia la vita e la illumina, tutta l’intera esistenza delle persone e dei popoli assume ed acquisisce nuova direzione e trova il suo senso.

In “Getsemani” Charles Péguy ci offre una parola che sintetizza il pensiero e la sua opera che è  “avvenimento”. L’autore ci invita a passare dalla dinamica dell’evento programmato da noi alla dinamica dell’avvenimento: un salto di qualità essenziale ed esistenziale per un autentico e solido cammino di fede. Péguy scrive che “il cristianesimo stesso è, supremamente, avvenimento e che ridurlo a qualsiasi altra cosa – discorso o morale, organizzazione o devozione, ricordo o utopia -significa immiserirlo fino al punto di soffocarlo”.

Da questa affermazione nasce la nostra proposta di leggere insieme “Getsemani”, dove insieme vuol dire con alcuni amici o in piccoli gruppi e poi provare a condividere, ideare e, perché no, mettere in scena (con chi ci sta e con i mezzi che avremo a disposizione, in semplicità) questo testo, facendone una rilettura alla luce degli avvenimenti del nostro tempo. Insomma: accogliere l’occasione di camminare insieme, perché, siamo convinti che, scavando a fondo nel significato del testo e confrontandoci ci si troverà di fronte ad emozioni comuni molto impattanti e ad intuizioni, risonanze e magari anche risposte sorprendenti. Un avvenimento (più che un evento). Proponendo questo percorso siamo consapevoli, come dice Péguy, che “l’avvenimento avviene quando avviene, è imprevisto ed imprevedibile, noi non possiamo produrlo”.

Ma nello stesso tempo non dobbiamo tirarci indietro dall’essere disponibili e veri nell’accoglierlo. Pensiamo possa farci bene fermarci a riflettere insieme, soprattutto in questo periodo particolare della nostra vita, anche ecclesiale, dove il sentimento della paura è ancora predominante: paura dell’incertezza nel futuro e paura che questo periodo possa ancora protrarsi nel tempo. L’analogia che vogliamo proporre è quella tra la paura diffusa oggi nel mondo e la paura che ha avuto il Risorto nei confronti della morte, quando nella sua grande umanità ha preso tutte le nostre paure, le nostre fragilità e le nostre angosce.

“Non abbiate paura!”. Questa espressione, come si sa, era ricorrente, negli scritti e sulle labbra di San Giovanni Paolo II. Fin dalle prime battute del suo lungo Pontificato (1978-2005) il Santo Padre invitò tutti ad aprire con fiducia la mente e il cuore a Cristo Signore, ad accoglierlo nella propria vita, nel proprio lavoro, nella trama dei propri affetti e desideri. Solo Lui sa ridonare luce al nostro cammino.  Non abbiate paura di essere giovani!

Non abbiate paura! Sì, non abbiate paura della vostra giovinezza e di quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di durevole amore! Si dice qualche volta che la società ha paura di questi potenti desideri dei giovani e che voi stessi ne avete paura.

Non abbiate paura! Quando io guardo a voi, giovani, sento una grande gratitudine e speranza. Il futuro a lungo termine. nel prossimo secolo sta nelle vostre mani. Il futuro di pace sta nei vostri cuori. Per costruire la storia, come voi potete e dovete, è necessario che la liberiate dai falsi sentieri che sta percorrendo. Per far questo dovete essere persone con una profonda fiducia nell’uomo ed una profonda fiducia nella grandezza della vocazione umana, una vocazione da perseguire nel rispetto per la verità, per la dignità e per gli inviolabili diritti della persona umana.

Non abbiate paura! di ritornare incessantemente a Cristo, fonte della Vita! Egli vuole sostenervi nel vostro cammino di conversione, colmarvi di grazia e donarvi la sua gioia! Nel periodo presente della vostra esistenza, vi interrogate legittimamente sul vostro avvenire. Manifestando la sua fiducia, Gesù volge a voi il suo sguardo e vi invita a fare della vostra esistenza qualcosa di buono, facendo fruttificare i talenti che vi ha affidato, per il servizio alla Chiesa e ai vostri fratelli, come pure per l’edificazione di una società più solidale, più giusta e più pacifica.

Cristo vi invita a riporre la vostra speranza in Lui e a seguirlo sulla via del matrimonio, del sacerdozio o della vita consacrata. Nel silenzio del vostro cuore, non abbiate paura di ascoltare il Signore che vi parla! Penso anche a chi ha intrapreso un cammino di speciale consacrazione ed alla fatica che deve a volte affrontare per perseverare nella dedizione a Dio e ai fratelli. Penso ancora a chi vuol vivere rapporti di solidarietà e di amore in un mondo dove sembra valere soltanto la logica del profitto e dell’interesse personale o di gruppo.

Penso altresì a chi opera per la pace e vede nascere e svilupparsi in varie parti del mondo nuovi focolai di guerra; penso a chi opera per la libertà dell’uomo e lo vede ancora schiavo di sé stesso e degli altri; penso a chi lotta per far amare e rispettare la vita umana e deve assistere a frequenti attentati contro di essa, contro il rispetto ad essa dovuto.

Cari giovani, è difficile credere in un mondo così? E’ difficile credere? Sì! È difficile. Non è il caso di nasconderlo. È difficile, ma con l’aiuto della grazia è possibile, come Gesù spiegò a Pietro: “Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17).

Grazie a queste parole che risuonano nei cuori e nella memoria di chi ha incrociato e vissuto il carisma del Padre manifestato nella figura, nell’esempio e nella testimonianza di questo grande uomo, divenuto Papa e oggi Santo, spingiamoci anche noi a dire con forza dal cuore alle labbra “noi non abbiamo paura” perché siamo radici piantate nel terreno della Speranza!